Dopo il naufragio, serve il ritorno del padre
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Intervista ad Antonello Vanni cura di Maria Teresa Antognazza
da Luce del 7/11/04
www.luceonline.org e-mail: luce@comunicare.it
D. Come è nato in lei l’interesse per questo tema della paternità e della relazione del padre con la vita?
R. Mi sono appassionato a queste tematiche, per il momento ancora non ben considerate, durante l’approfondimento degli studi e delle ricerche svolto con il sociologo e psicanalista Claudio Risé, scrittore per la San Paolo Ed. di due libri centrali per il dibattito culturale sul padre in Italia: “Il padre. Assente inaccettabile” e il più recente “Il mestiere di padre”. Ho avuto l’occasione di seguire lo sviluppo di questa riflessione in quanto sono redattore del suo sito www.claudio-rise.it
D. All’interno di questo dibattito qual’ è il suo punto di vista, trattato nel libro “Il padre e la vita nascente”?
R. Ci troviamo di fronte al dilagare di un dramma del quale non abbiamo ancora percepito chiaramente lo scenario: viviamo infatti nella cosiddetta “società senza padri”, cioè in una situazione di nociva deformazione della famiglia in cui la figura paterna, allontanata o allontanatasi, non è più presente come figura costituente. Questo provoca nei figli una grave carenza affettiva ed emotiva che poi si manifesta anche in ambito sociale: la famiglia, in cui sono presenti entrambe le figure genitoriali, è un piccolo sistema relazionale che anticipa il più ampio mondo della società, preparando i figli a camminare su due gambe forti nel difficile mondo della vita: se nella famiglia manca una delle due figure di riferimento il figlio o la figlia, come feriti da questa carenza, dovranno sforzarsi di avanzare privati della sicurezza che è invece un loro diritto.
D. In che senso lei riconosce il rischio del “delinearsi di una società senza padri”?
R. Purtroppo non è un rischio bensì una realtà. Di società “senza padri” se ne parla già almeno dagli anni ’60 ma solo da qualche anno, grazie anche alle ricerche suddette, il discorso ha trovato radici in Italia e molto sta cambiando. La società senza padri è, dal punto di vista concreto, quella in cui il padre non svolge più il suo compito di iniziatore dei figli alla vita. Da un lato molti padri (ma oggi anche molte madri) si sono allontanati dalla famiglia assecondando la lusinga del denaro e del successo: questi genitori non sono mai in casa, non seguono i figli nelle loro attività e nella scuola, non sono disponibili all’ascolto. Dall’altro la società stessa causa la dimenticanza del valore della paternità accettando una vera e propria “cultura della scissione”, della facile rottura dei legami familiari (penso al divorzio) e parentali (l’aborto) attraverso strategie politiche ed economiche disgregative.
Recentemente la Cei ha affermato: “Senza figli non c’è futuro. Ma anche senza genitori non c’è futuro. Un’intera cultura dominante ha scordato il valore della paternità e della maternità, anche spirituali. Mancano i figli ma mancano anche i genitori”.
D. Che fare?
R. Di fronte a questa realtà è evidente la necessità di ricercare strategie per riavvicinare il padre alla vita dei figli: nel mio libro la proposta è quella di ridestare il sentimento della paternità a partire dal primo momento della vita: quello del concepimento. Il padre educato a riconoscere il valore della vita del figlio fin da questo primo istante sicuramente lo seguirà poi con amore e dedizione nell’intero arco della sua esistenza.
D. Come si può arrivare a questo obiettivo?
Con proposte concrete: riferendomi al piano pastorale previsto dall’Arcivescovo Tettamanzi suggerisco una maggiore considerazione della relazione tra il padre e la vita concepita nei corsi per fidanzati; stiamo progettando integrazioni agli opuscoli offerti nei Centri di aiuto alla vita e nei consultori affinché anche il padre del concepito (per ora escluso dalla legge 194/78 sull’interruzione di gravidanza) venga interpellato e responsabilizzato al fine di salvare il bambino destinato all’aborto; suggerisco la urgente realizzazione di interventi educativi e pedagogici che aiutino i giovani e i futuri genitori a difendersi dalle false proposte edonistiche e materialistiche che ogni giorno ci bombardano attraverso i media; infine ci sono precise richieste di attenzione alle istituzioni scientifiche e politiche italiane.
D. Mi pare di capire che sia una preoccupazione di carattere culturale ed educativo
R. L’obiettivo in sintesi è quello di riamare l’educazione per combattere “le povertà che mortificano la vita e la famiglia”, per usare un’espressione cara al nostro Arcivescovo. Se anche un solo padre tornerà a vivere autenticamente la sua vocazione e se anche un solo bambino sarà salvato da queste proposte, avremo veramente testimoniato uno dei fondamenti della religione cristiana: la conformità all’immagine di Cristo, che ha insegnato radicalmente l’amore per la vita, conformità che ci è stato richiesta da uno dei fondamenti del mio lavoro: l’Evangelium Vitae del Santo Padre.
D. In tutto questo percorso che ruolo-peso hanno le madri? E’ un percorso “contro” o c’è una condivisione della preoccupazione che voi esprimete?
R. Le madri hanno avuto ed hanno un ruolo essenziale in quanto hanno sostenuto i figli con amore e responsabilità in tutto questo periodo di assenza della figura paterna. La presenza materna è stata una benedizione per i figli in questo naufragio della paternità. È però evidente che i figli, soprattutto se maschi, hanno bisogno di un preciso riferimento maschile: il padre che trasmette loro, con la sua presenza, un modello di comportamento e visione della vita specifico di genere. Le madri lo sanno, tanto è vero che sono le principali lettrici di libri su questo argomento, libri che poi portano ai mariti nella speranza che anch’essi ne colgano l’importanza. Ho tenuto degli incontri a Varese sull’identità maschile: più della metà erano donne e madri, preoccupate per i figli.
D. Nel suo libro c’è un riferimento alla coscienza cristiana. In che senso?
R. La sensibilità cristiana è interpellata ad un impegno per ristabilire tutti i valori della famiglia e della vita. La paternità è un valore tanto è vero che Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio ha detto: “soprattutto là dove le condizioni sociali e culturali spingono facilmente il padre ad un certo disimpegno rispetto alla famiglia o comunque ad una sua minor presenza nell’opera educativa, è necessario adoperarsi perché si recuperi socialmente la convinzione che il posto e il compito del padre nella e per la famiglia sono di un’importanza unica e insostituibile”. Per quanto riguarda poi la difesa della vita che perseguo nel mio libro dobbiamo ricordare che un obiettivo dell’educazione cristiana è la capacità di responsabilità e di accoglimento della vita nell’amore e nel dono. Da questa capacità sono allontanati tutti i padri che inascoltati dalla legge vorrebbero salvare il loro figlio dall’aborto. Nell’ultimo Noi Genitori&Figli, allegato di Avvenire, c’era una bella testimonianza di uno di questi padri: vano fu anche il tentativo di appellarsi alla Corte dell’Aja. La coscienza cristiana non può rimanere indifferente a questo amore per la vita, pena il diventare complice della “cultura della morte” e della distruzione della famiglia.
D. Il suo lavoro verrà presentato al Festival della Paternità di Monza. Di cosa si tratta e che finalità ha questo momento per lei?
Il Festival si terrà sabato 6/domenica 7 novembre al Parco di Monza; è stato organizzato dall’associazione www.papaseparati.it . Sarà un’occasione di incontro tra esperti e di dibattito approfondito per giungere a soluzioni concrete volte a riconoscere il fatto che nella famiglia il ruolo educativo riguarda entrambi i genitori, perciò entrambi devono essere valorizzati dalle attuali politiche sulla famiglia. Penso ad esempio alla necessità dell’affido condiviso per i figli di separati o divorziati, in genere affidati alla madre. Presenterò le mie proposte domenica, sottolineando di esse soprattutto l’aspetto educativo alla paternità nella relazione con la vita. Soprattutto mi rivolgerò ai giovani, che tra l’altro sono stati i primi a leggere il mio libro.
D. Qual è il suo punto di vista riguardo ai padri separati?
Queste associazioni sono meritevoli di ascolto e stima in quanto stanno facendo un doloroso, ma efficace, percorso di maturazione per passare dalla rabbia e dal risentimento al perdono e all’accoglimento, per amore dei figli. Tra l’altro hanno il grande merito di aver portato all’attenzione problematiche di disagio e sociali di non poco conto: penso al problema economico delle famiglie monoreddito di cui anche Luce si è occupato recentemente a proposito dell’incapacità di questi nuclei familiari di pagare l’affitto a Varese. E’ un dramma, quello economico, che tocca poi anche i figli di queste coppie sull’orlo della povertà e a volte in fila ai centri di accoglienza della Caritas di Milano. In molte città italiane poi sono stati necessari interventi per aiutare i separati, rimasti senza casa. A Bolzano è stata aperta una casa di aiuto per padri separati, ma so che anche a Varese in via Maspero l’Assessorato ai Servizi sociali, grazie all’intervento della attenta Chiesa varesina, ha aperto un luogo di accoglienza come provvisoria soluzione per il nuovo allarmante fenomeno.
D. Lei terrà una serie di incontri per VareseCorsi. Di cosa si tratta e quale approccio intende sostenere?
R. Il Comune di Varese, sempre molto attento alle questioni educative e sociali, ha permesso l’attivazione di 4 incontri sull’”Essere educatori nella società senza padre”, destinati ad educatori e genitori. Propongo ai partecipanti un percorso attivo e di elaborazione: puntualizzazione di precisi punti di riflessione e ricerca da cui mi aspetto un contributo da parte del pubblico per giungere alla raccolta condivisa di materiali di lavoro su cui confrontarci magari in un secondo tempo. Certamente il centro del discorso sarà rilevare il disagio che ogni educatore quotidianamente incontra e individuare un percorso formativo capace di stare vicino ai ragazzi con questo problema e di aiutarli. L’idea di questi incontri non a caso è nata dopo la lettura di “Oltre il disagio”, un documento dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia che prende in seria considerazione l’assenza di figure maschili nell’esistenza dei figli, chiedendo l’attivazione di adeguati strumenti pedagogici. Per concludere vorrei richiamare quanto detto da Michele D’Elia, preside del liceo di Milano in cui i ragazzi hanno allagato la scuola: “nessuno si preoccupa più di educare padri e madri ad educare i figli”. Questo è il primo punto da realizzare.
D. Abbiamo letto che lei è anche musicista...
R. Nel tempo libero mi dedico alla chitarra, strumento in cui sono diplomato. Recentemente ho registrato con il cantautore luinese Luca Perdomini un cd dedicato alla paternità (disponibile presso libreria Don Bosco/Varese). La copertina del disco, intitolato “Con lo sguardo del padre”, esprime con un’immagine tutto il contenuto della nostra riflessione: se un figlio cresce nello sguardo del padre cresce con radici solide e robuste, aprendosi alla vita con fiducia. Come ha scritto recentemente il padre benedettino Anselm Grün: in questo tempo di orfani abbiamo bisogno che gli uomini tornino ad impersonificare l’energia paterna giusta caratterizzata da generosità, presenza e dono. Ritengo che si debba lavorare seriamente per questo perché ho fiducia nel ritorno del padre.
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