Una lettera ad Avvenire (15/12/2005)

 La decisione sull’aborto spetta anche a noi padri (Maurizio, Verona)

 

Caro Direttore, nel dibattito che si è aperto nel nostro Paese per una migliore applicazione della legge 194 relativa all’interruzione della gravidanza continua a esserci un grande assente, l’uomo: marito, convivente o anche semplice compagno di una notte che sia. Giustamente ci si batte perché gli attuali “consultori” si trasformino da luoghi di “certificazione” dell’aborto in strumenti di consulenza, in grado di studiare e offrire alla donna alternative di vita per il nascituro. Ma la mia domanda è: perché tra queste alternative di vita non prevedere obbligatoriamente il consenso all’aborto del compagno. Non sarebbe forse il partner-uomo, qualora consenziente alla nascita del concepito, la migliore soluzione alternativa di vita per il nascituro? Sicuramente non tutti i compagni saranno disponibili ad assumere tale responsabilità, ma non capisco come sia possibile negarla anche a quelli (forse pochi) che sono aperti e disponibili ad accogliere la nuova vita. Credo, anzi, che il Movimento per la Vita e il Forum per le Famiglie dovrebbero farsi paladini di questa battaglia: se si sostiene che il concepimento di una nuova vita, perché sia eticamente corretto, non può che avvenire tramite l’incontro di un uomo e di una donna, ne discende per coerenza che la sua interruzione non può che essere il frutto di una manifesta e concorde volontà dei due partner. Certo, sono consapevole delle problematiche che si aprirebbero – in primis la “penalizzazione della donna” cui verrebbe richiesto il “sacrificio” di “contemplare la gestazione” – ma schierarsi a favore della vita non implica forse anche schierarsi a sostegno di questo “male minore”?

Maurizio (VR)            

[IL PADRE E LA VITA NASCENTE]